La storia della città di Termoli, avvolta
nelle sue origini dal mistero dei tempi, diviene più
chiara dopo la triste epoca delle invasioni barbariche
e precisamente verso il IV o V sec. dopo Cristo.
Le irruzioni dei popoli barbari, arrestate la prima
volta da Mario, la seconda da Cesare e la terza volta
dall'imperatore Marco Aurelio, ricevettero l'ultima
spinta decisiva dopo la morte di Teodosio il Grande.
Protagonisti dell'immane movimento dei popoli che
nei nostri tempi trovano riscontro nel fenomeno delle
emigrazioni, furono i Germani. Questi, nelle varie
ondate dei Goti, dei Visigoti, dei Vandali e degli
Ostrogoti, dettero il colpo finale al traballante
Impero romano d'Occidente il quale salutava il suo
ultimo sovrano in Romolo Augustolo, in colui che per
ironia della sorte univa in sé i nomi dei due
grandi fondatori di Roma e dell'impero.
La corrente barbarica che ebbe prima ad interessare
le regioni adriatiche e quindi l'antico Sannio e la
Frentania, fu quella dei Goti.
Dopo il sacco di Roma operato nell'agosto del 410,
i barbari, ricchi di bottino si diressero verso il
mezzogiorno d'Italia con la intenzione di passare
in Africa, ma la morte improvvisa a Cosenza del loro
capo Alarico, arrestò la loro avanzata. Ataulfo,
fratello e successore di Alarico, stimando più
vantaggioso al suo popolo il servire anziché
portare la guerra all'Impero, strinse amicizia con
la corte di Ravenna, sposò Galla Placida, sorella
di Onorio e promise di combattere nelle Gallie e nella
Spagna a vantaggio dell'Imperatore.
In occasione di questi spostamenti in massa di soldatesche
avide di conquiste, le nostre regioni furono attraversate
dai Goti i quali vi rimasero, e non senza danno a
persone e a cose, sino alla liberazione che Teodorico,
dietro consiglio e consenso di Zenone Imperatore d'Oriente,
ebbe ad operare nel 493. Il suo Editto, dettato da
Cassiodoro e promulgato a Roma nel 500, lascia facilmente
immaginare a quali funeste condizioni erano state
ridotte le popolazioni assoggettate dai precedenti
invasori.
Termoli e il suo contado non furono certamente risparmiati
dal furore delle barbare genti, avide solo di rapine.
A questa epoca si fa risalire la distruzione dei centri
di Cliternia, di Usconio e forse di Buca.
Al dominio dei Goti le cui vestigia rimangono impresse
nello stile detto Gotico, visibile ancora oggi nelle
magnifiche cattedrali erette nell'età medioevale,
ebbe a succedere il dominio dei Longobardi.
II vecchio Narsete, richiamato per intrigo di corte
a Costantinopoli a filar lana nel gineceo, secondo
una tradizione, per spirito di vendetta ebbe ad invitare
i Longobardi a scendere in Italia. Vera o falsa che
sia tale tradizione il fatto è che nel 568
il popolo longobardo, con molti altri barbari prigionieri
e alleati, guidato dal re Alboino, abbandonata la
Pannonia, scese alla volta dell'Italia.
Si inizia così con la presenza di questa nuova
onda di genti barbare, una nuova dominazione per le
nostre terre che doveva durare per ben due secoli,
conchiudendosi difatti con la deposizione di Desiderio,
ultimo re dei Longobardi e con la venuta in Italia
di quel Carlo, re dei Franchi, che passerà
alla storia con l'appellativo di "Magno".
II dominio dei Longobardi riuscì ad estendersi
sulla maggior parte dell'Italia continentale e l'Istria
nonché sull'Emilia, sull'Umbria, sull'Abruzzo,
sulla parte interna della Campania e la Basilicata.
Fu questo dominio uno dei primi tentativi di unificare
le terre d'Italia.
Severi per natura i Longobardi durante la loro permanenza
mantennero il loro ordinamento di carattere prettamente
militare: essi erano come un esercito accampato sempre
in attesa di nuove conquiste.
Si deve al loro ordinamento politico la istituzione
di un sistema gerarchico militare che aveva dopo il
Re la massima espressione nei Duchi, compagni più
che ministri del sovrano, dotati di potere militare
giudiziario sul proprio ducato.
Risale a questa epoca la costituzione dei Ducati di
Spoleto e di Benevento il quale comprendeva Terra
di Lavoro, Molise, Abruzzo Citra, Capitanata, Terra
di Bari, Basilicata e Calabria inferiore.
I Principi non potendo assolvere direttamente agli
impegni di amministrazione, anche perché impegnati
in continue contese, ripartirono il loro Ducato in
Contee. Fu così che Termoli venne elevata a
sede di Conte e quindi a dignità di Contea.
Ne fanno fede le parole dell'Ostiense il quale parlando
della vittoria riportata da un certo Casalgrado scrive
nella sua Storia che la sentenza veniva pronunciata
" in placido thermulensi coram multis qui ibi
aderant nobilibus, atque judicibus". Era questa
la formula dei giudizi del tempo le cui sentenze non
si potevano pronunciare se non dai Conti assistiti
dai loro assessori.
La erezione di Termoli a Contea é segno evidente
del prestigio di cui doveva godere nell'età
di mezzo. Situata al confine tra i Ducati di Benevento
e di Spoleto era oggetto di continue e cruente contese
tra i potenti dell'epoca.
Nell'801 Pipino, Re d'Italia, veniva inviato dal padre
Carlo Magno a rintuzzare il prepotere di Grommando,
figlio di Arricci, che aveva assunto il nome di Principe
del Ducato di Benevento. In tale occasione il giovane
figlio di Carlo si spingeva con le sue milizie sino
ai confini dell'Apulia e si impossessava di Termoli
la cui Contea veniva aggregata al Ducato di Spoleto.
Tra i vari Conti che Termoli ebbe ad annoverare vanno
ricordati Attone e Pandulfo i cui nomi sono indicati
in una decisione riportata da Leone Ostiense e presa
dall'imperatore Enrico II a favore del Monastero Benedettino
per alcuni beni occupati nella Contea di Termoli.
La Cronaca dell'insigne Badia di S. Stefano ad rivum
maris, scritta dal Monaco Rolando vissuto verso il
1180, fa cenno di diversi Conti dell'antica nostra
città, per relazioni avute da essi con la comunità
benedettina il cui monastero di S. Stefano sorgeva,
secondo Flavio Biondo, tra l'Osento e il Sinello presso
la foce del Trigno. Giova riportare per alcuni quanto
il Cronista ha annotato: sarà come uno squarcio
di luce proiettato su uomini e avvenimenti dei tempi.
Nel 990 Alrmagero di Termoli donò all'abate
Giovanni e alla chiesa di Santo Stefano una sua terra
di 40 moggi con casale e sua fara nella foce Merlana
lungo il fiume Trigno. (Fonte: Primonumero)